Coldiretti Marche: grave carne di cavallo in olive ascolane, serve obbligo etichetta d’origine

A seguito delle indagini dei Nas sono state rilevate tracce di carne di cavallo in quantità superiore all’ uno per cento in campioni di olive ascolane prodotte da un’industria picena.

L’oliva ripiena ascolana, uno dei simboli del “made in italy” in campo gastronomico, realizzata secondo il disciplinare della DOP, prevede l’utilizzo di olive della qualità tenera ascolana e un ripieno di carni bovine e suine in diverse percentuali; l’ascolano esperto, abituato alle olive “fatte in casa” spesso storce il naso, quando, fuori dalla propria terra, si trova a dover mangiare olive che solo lontanamente hanno il sapore delle olive fritte realizzate secondo la ricetta originale.
In questa vicenda, quello che preoccupa è il gusto delle olive fritte, ma la presenza di carne equina; la notizia ha fatto presto il giro della città, causando sconcerto tra gli ascolani e i marchigiani in genere, che apprezzano la frittura ascolana.

Coldiretti Marche interviene sulla vicenda del ritrovamento di carne di cavallo nelle olive ascolane,con il seguente comunicato stampa:

Il ritrovamento di carne di cavallo nelle olive ascolane causa un gravissimo danno d’immagine ed economico ai nostri produttori e rende necessario l’obbligo dell’etichetta d’origine per tutelare quello che è un simbolo del territorio, tra l’altro a Denominazione di origine protetta.
E’ quanto dichiara Coldiretti nel commentare i risultati sulle analisi effettuate dai carabieri dei Nas, su incarico del Ministero della Salute, circa la presenza di carne equina non dichiarata in etichetta in alimenti commercializzati in Italia. Tra i campioni contenenti cavallo in misura superiore all’uno per cento, anche le olive ascolane prodotte da un’industria picena.

Occorre dunque fare immediatamente chiarezza sulle cause e i colpevoli per eliminare tutti i prodotti a rischio dal mercato, sottolinea Coldiretti, ma anche per prendere le precauzioni necessarie affinché questa situazione non si ripeta mai più per la carne e per tutti gli altri prodotti alimentari. Una responsabilità che riguarda anche le Autorità pubbliche a livello nazionale e comunitario che ora devono recuperare il tempo perduto con interventi strutturali come l’obbligo di indicare la provenienza e il percorso degli alimenti in etichetta per farla conoscere ai consumatori e scoraggiare il proliferare di passaggi che favoriscono le truffe. Le aziende alimentari dovrebbero inoltre valutare seriamente l’opportunità di acquistare prodotti locali che offrono maggiori garanzie di qualità e sicurezza alimentare ed evitare lunghi, costosi ed inquinanti trasporti.

Dopo essere pressoché sparita dal mercato una ventina di anni orsono, l’oliva tenera ascolana è stata salvata grazie al lavoro portato avanti da un pugno di olivicoltori. Un percorso che nel 2005 ha portato ad ottenere il riconoscimento della Denominazione di origine protetta, mentre nel 2007 è nato il Consorzio di Tutela. Oggi la produzione di tenera ammonta a oltre 2.000 quintali, coltivati su 70.000 piante.

Ricordiamo che il disciplinare della Dop prevede che l’oliva tenera ascolana “ripiena” sia preparata con un impasto di carni fresche bovine (40-70 per cento) e suine (30-50 per cento), mentre è tollerata l’aggiunta di carne di pollo e/o tacchino sino ad un massimo del 10 per cento, assieme uova, formaggio stagionato grattugiato, olio extravergine e/o strutto, vino bianco secco, cipolla, carota, costa di sedano, noce moscata, sale, farina di grano, pangrattato.

16/4/2013

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